Friday, February 22, 2008

Esce oggi il nuovo film dei fratelli Coen

"Non e' un paese per vecchi", tratto dal fantastico libro (omonimo) di Cormac Mc Charthy, che consiglio a tutti.
Ecco un articolo tratto da Avvenire:

senza dubbio il loro film più violento e sanguinoso, forse dettato dalla voglia di riscat­tarsi da commedie come Prima ti sposo e poi ti rovino e Ladykillers che
avevano fatto storcere il naso ai fan più accaniti. Quella pistola a pres­sione che stermina sullo schermo decine di persone ti costringe però a distogliere lo sguardo. I fratelli Joel ed Ethan Coen che arrivano oggi su­gli schermi italiani con
Non è un pae­se per vecchi volevano rimanere fe­deli al romanzo di Corman Mc­Carthy da cui il film è tratto. E la ri­nascita artistica dei fratelli del Min­nesota è stata salutata da ben otto nomination all’Oscar, quattro delle quali vanno al film, alla regia, alla sceneggiatura non originale e al montaggio.
La vicenda si svolge nel Texas occi­dentale, dove Llewelyn Moss (un ot­timo Josh Brolin), un brav’uomo co­me tanti, trova un furgone circonda­to da morti ammazzati. Una valigia piena di eroina e due milioni di dol­lari sono ancora nella vettura. L­lewelyn decide di prendere i soldi, ma quel gesto scatenerà un’intermi­nabile serie di drammatiche reazio­ni a catena che coinvolgeranno an­che il disilluso sceriffo Bell ( Tommy Lee Jones), un uomo con un concet­to filosofico della legge, una solida morale e un insuperabile senso del­l’umorismo. Qualità che non sono molto d’aiuto quando hai a che fare con un cinico psicopatico come Chi­gurh (magnificamente interpretato da Javier Bardem) che affida le vite umane al lancio di una monetina. Mescolando thriller e commedia n­e­È
ra, scene agghiaccianti ed esilaranti battute, i Coen descrivono un West drammaticamente mutato, dove non c’è più posto per leggi e regole se non quelle dettate dal traffico interna­zionale di droga. Un luogo, insom­ma, dove i vecchi principii morali so­no definitivamente scomparsi.
Ma, seppure in sintonia con la storia che raccontano, i Coen, che hanno in parte ritrovato l’eccentrica creatività dei loro primi film, non hanno con­vinto tutta la critica. Se qualcuno in America l’ha definita la migliore pel­licola del 2007, molti degli addetti ai lavori del Festival di Cannes, dove il film è stato presentato in concorso lo scorso maggio, sostenevano che i temi del bene e del male, della ten­tazione e dell’onore, della colpa e del­la giustizia non affiorano sullo schermo con la dovuta forza. Qual­cuno rimprovera loro di aver esage­rato con lo humor nero. Ma i registi si difendono così: «Anche questo a­spetto era nel romanzo e, d’altra par­te, l’umorismo un po’ macabro fa parte del nostro stile. Film politico sulla deriva dei tempi moderni? Non ci interessa dare messaggi, non sarà politico neppure il nostro prossimo film,
Burn After Reading, tratto dal li­bro di un ex direttore della Cia e in­terpretato da Brad Pitt, George Cloo­ney, John Malkovich e Tilda Swinton. A noi sta molto più a cuore esplora­re gli abissi dell’umanità, il lato o­scuro dei personaggi».
E se la violenza del killer psicopati­co dalla strana pettinatura non la­scia indifferente lo spettatore, lo stes­so Bardem che ne veste i panni non ha nascosto il proprio turbamento: «Quel personaggio è il male in per­sona e io in quel ruolo ho provato un forte disagio. Ho avvertito delle stra­ne emozioni che mi disturbavano, tendevo a isolarmi e a incupirmi sul set. Ma i Coen sono tra i pochi regi­sti capaci di raccontare una violen­za così estrema». E i registi confer­mano: «Non prendiamo mai deci­sioni astratte, il livello di violenza vie­ne deciso caso per caso ed è legato al contesto della storia. Non vi è nul­la di gratuito né di intellettualmen­te compiaciuto».



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