Friday, April 13, 2012

Sola a presidiare la fortezza

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Mi ritorna in mente ogni tanto il titolo di uno dei migliori libri di Flannery O'Connor. "Sola a presidiare la fortezza". Geniale.  In realtà è una raccolta di lettere scritte negli ultimi anni in cui, poco piu che trentenne, era provata dalla malattia che di li a poco se la sarebbe portata via.
Anche il titolo originale è splendido: "The Habit of Being", che potrebbe essere tradotto come "L'abitudine di essere", o "L'uso di essere". Che è una cosa che si impara in una vita.


Una delle tante cose che apprezzo di Flannery è la "spartanità" (?) della sua scrittura, il suo voler arrivare all'essenziale senza bisogno di fronzoli o retorica.
"Esito dello studio corretto di un romanzo dovrebbe essere la contemplazione del mistero in esso incarnato, ma si tratta di una contemplazione del mistero dell'intera opera e non in qualche proposizione o parafrasi. Non si tratta di scovare una morale esprimibile o una dichiarazione sulla vita."

Spesso la sua lettura spiazza, è quasi ripugnante. Ti viene sbattuta in faccia la realtà nel suo essere, spesso grottesco. Perchè, a ben pensare, tutti noi siamo grotteschi, siamo esseri incompiuti, esaltati ogni tanto da qualche slancio di altezza ma il minuto dopo ricaduti nella miseria della nostra vita. Ci pensavo nel periodo della settimana Santa, durante le letture della Passione. Come sono grotteschi e maldestri i protagonisti, da Pietro a Ponzio Pilato. Basti pensare a Pietro che promette fedeltà quasi giurando sulla sua vita e il suo onore, e poco dopo compie il peggiore dei tradimenti, quello di un amico.
 
Siamo incompiuti. Abbiamo bisogno dell'intervento della Grazia, di qualcosa di esterno. Infatti Flannery ama dire che la sua scrittura ha a che fare con l'intervento della Grazia in un territorio (la nostra vita) del Diavolo.


Un'altra cosa contro cui si scagliava Flannery era l'edulcorare la pillola della Fede per farla ingerire piu facilmente. Quanto è attuale tutto ciò, abituati come siamo alla bruttezza dei canti "da oratorio" cantati a squarciagola durante le messe. La O'Connor detestava tutti i racconti che insegnano una buona morale, che sono propedeutici, edificanti, tutti i libri devoti e pieni di buone intenzioni, le prediche buoniste, le forme di sentimentalismo religioso.

 "Se si arrivasse a snidare il lettore cattolico attraverso la palude di lettere al Direttore e altri luoghi dove esce per un attimo allo scoperto, ci si accorgerebbe che è più manicheo  di quanto la Chiesa non gli permetta. Separando quanto più possibile la natura e la grazia ha ridotto il soprannaturale a un pio cliché."
La sua scrittura è priva di buoni sentimenti, e colma di materia.

Nasce nella O'Connor l'insofferenza verso tutto ciò che riduce il cristianesimo ad altro dalla certezza nell'avvenimento dell'Incarnazione. In una lettera essa racconta di come sbottò dinanzi a chi considerava l'eucarestia "soltanto un simbolo, per quanto ben riuscito": "Beh... se è un simbolo che se ne vada pure all'inferno. ". La sua è una visione anagogica della realtà, visione che si radica in una fede ragionevole, libera e certa. Visione anagogica, ossia capace di vedere piu livelli nella realtà, in una determinata immagine o situazione.


Un altro scrittore simile nei metodi, ma diverso nei contenuti è Cormac McCharthy. Non a caso entrambi sono stati nominati da Harold Bloom tra i migliori autori del '900.


Per chi avesse voglia di approfondire su FO'C consiglio:
http://www.flanneryoconnor.it/ 



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